La Dott.ssa Daniela Ferrari è biotecnologa e conduce attività di ricerca focalizzata sullo studio delle cellule staminali neurali con particolare attenzione alle loro potenzialità terapeutiche. Attualmente è ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca nel laboratorio del Prof. Angelo Luigi Vescovi. Nel laboratorio, coordina progetti di ricerca preclinica e traslazionale con particolare attenzione alla ricerca di terapie cellulari per la Sclerosi Laterale Amiotrofica.

L’abbiamo incontrata e ci ha raccontato il lavoro che svolge nell’ambito dei progetti di ricerca e sperimentazione sostenuti anche dai fondi che Revert raccoglie.

  1. Cosa si fa nel tuo laboratorio, quale attività specifica, di cosa ti occupi?

Il gruppo di ricerca che coordino presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca studia le proprietà terapeutiche delle staminali cerebrali, ovvero i meccanismi molecolari che consentono alle cellule di contrastare l’evolvere delle malattie neurodegenerative.
Il nostro lavoro si inserisce nell’ultima fase della ricerca prima di passare alla sperimentazione clinica e cioè, prima che le cellule vengano trapiantate e infuse nei pazienti.
Nei nostri laboratori valutiamo, attraverso opportuni modelli non-clinici (diversi per ogni patologia), alcuni parametri relativi alla sicurezza e alle capacità di integrazione delle diverse linee cellulari nel sistema nervoso centrale. E’ importante sottolineare che i risultati ottenuti da queste ricerche danno informazioni fondamentali per le nostre sperimentazioni cliniche, infatti, le cellule che valutiamo sono le stesse prodotte nelle Cell-Factory in regime di Good Manifaturing Practice (cGMP) e quindi approvate per l’uso clinico.

  1. Quali sono i risultati raggiunti e perché sono importanti?

Tutti gli studi preclinici svolti sino ad oggi hanno dimostrato che le cellule staminali cerebrali, prodotte secondo i nostri protocolli, sono in grado di integrarsi e permanere a lungo nel midollo spinale e nel cervello, generando nuove cellule specializzate del sistema nervoso (neuroni, astrociti e oligodendrociti). Queste nuove cellule potrebbero sostituire quello colpite dalla progressione della patologia. Studi più recenti, inoltre,  hanno anche dimostrato che oltre a questo meccanismo di “sostituzione cellulare”, le staminali cerebrali svolgono la loro azione terapeutica attraverso il rilascio di molecole “detossificanti” attraverso le quali sono in grado di contrastare alcuni meccanismi tossici (ad esempio reazioni infiammatorie esacerbate) e calmare la reattività del tessuto.
Un’altra caratteristica che rende queste cellule particolarmente interessanti, per gli studi clinici, è che possiedono alcune molecole in grado di individuare le aree in cui è presente infiammazione o fenomeni degenerativi. In altre parole, le staminali hanno la potenzialità di “percepire” i segnali inviati dalle cellule del nostro sistema nervoso quando sono danneggiate, raggiungere la regione colpita e fornire l’aiuto (molecolare) più corretto a seconda delle diverse situazioni. Non agiscono attraverso un solo meccanismo, come solitamente fanno i farmaci, ma svolgono un insieme di attività che possono anche essere diverse a seconda della patologia. L’aspetto per me più affascinante di queste cellule è proprio questo, cioè che possono comportarsi in modo diverso in relazione alle necessità del tessuto, in effetti è nella loro natura: le staminali si occupano di formare i nostri tessuti e mantenerne l’integrità.

  1. Cosa ti spinge, quali sono le motivazioni che ti spingono a fare questo lavoro, cosa ti appassiona?

Ho sempre voluto trovare un modo per aiutare gli altri. Quando ho scelto l’Università, ho pensato alle facoltà che mi avrebbero permesso di affrontare tematiche importanti e studiare i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo delle patologie. Studiare biotecnologie mi ha dato la possibilità di svolgere la mia attività lavorativa nell’ambito della ricerca scientifica, cioè l’ambito giusto dove scoprire come debellare malattie importanti, dove si lavora ogni giorno per questo. Nonostante le mille difficoltà, continuo ad essere convinta che la ricerca scientifica sia la strada giusta, l’unica via da percorrere per trovare cure efficaci.

  1. Alcuni dicono che la ricerca ha tempi lunghi. Ci spieghi perché occorre tempo?

Molte strade che si percorrono in ricerca spesso ci fanno avanzare di poco, portando a risultati che sembrano insignificanti. Questa è però solo l’apparenza, ogni dato è parte di un quadro più grande e “unendo i puntini” forniti dalle ricerche dei singoli gruppi si arriva poi al risultato “grosso” quello che fa la differenza. La ricerca ha tempi lunghi perché errori, tentativi, correzioni, sono tutti processi che richiedono tempo. La ricerca ha bisogno di collaborazione, di forte motivazione per superare le difficoltà e per non arrendersi agli insuccessi. Soprattutto, la ricerca ha bisogno di persone non miopi che sappiano guardare lontano.
Ad esempio, negli anni novanta si lavorava per mettere a punto, con prove-tentativi-errori, il terreno giusto e le condizioni di crescita per la coltura delle cellule staminali neurali. Ora questo processo è scontato, ma se non fosse esistita quella ricerca, oggi non potremmo coltivare le cellule con questi risultati e non potremmo replicarle e sfruttare le loro proprietà terapeutiche.

  1. Perché è importante donare e sostenere la ricerca?

La risposta è collegata anche con quello di cui abbiamo parlato prima: i “tempi lunghi della ricerca” che implicano quindi la necessità di finanziare molti studi per arrivare ad un risultato concreto. C’è bisogno di fondi perché occorre sostenere tutte quelle fasi in cui si tenta di trovare una strada per arrivare a dimostrare l’efficacia di una terapia o individuare i meccanismi chiave di una patologia.
Inoltre i dati utili per avanzare sono quelli solidi, quelli prodotti ripetendo gli esperimenti, e utilizzando tecniche complementari che confermino lo stesso risultato da diversi punti di vista ecco…il dato “solido” costa, purtroppo.
Credo che la ricerca faccia fatica ad attirare finanziamenti perché la percezione, dall’esterno, è che sia solo un “buco nero”, che assorbe soldi e non da nulla in cambio. Invece tutti i piccoli traguardi che si raggiungono e tutto il tempo necessario portano a risultati importanti. Purtroppo ci stiamo abituando ad avere feedback immediati, a che tutto sia a portata di un click e questo non aiuta ad avere una “buona immagine” della ricerca, a riporre fiducia in un processo lungo alla fine del quale non c’è un risultato certo.

  1. Infine vorremmo chiederti di rappresentare il tuo lavoro con una metafora, un’immagine.

Tornando a quanto ci siamo detti, lavorare nell’ambito della ricerca è come lavorare alla costruzione di un mosaico. Aggiungi alcune tessere ad un disegno comune. A volte è più difficile non cedere allo sconforto, ma basta allontanarsi un po’ per capire che ogni pezzo aggiunto contribuisce a un progetto più grande. Per andare avanti sono necessari alcuni ingredienti fondamentali: una motivazione forte (credere in quello che fai), un team di colleghi che condivida la stessa determinazione e fiducia nel futuro, anche se il risultato non arriva in un click!